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Asterischi e Schwa. Se scrivi bambin* sei Cattivik

Tempo di lettura: 3 minuti

Come sarebbe Fiorella Mannoia più inclusiva?
Prendiamo una frase da “Io posso dire la mia sugli uomini”:

Io posso dire la mia * *
qualcun* l’ho conosciut*
qualcun* mi è sol* sembrat*
qualcun* l’ho proprio sbagliat*

Sta dilagando la moda degli asterischi in vece della vocale “o” e la vocale “i” che, a detta di molti, sarebbero un segno paternalista, patriarcale, maschilista, non rispettoso delle diversità di genere e orientamento sessuale.
In italiano, però, quando leggiamo (specialmente ad alta voce) le vocali finali occorre utilizzarle, almeno per non parlare come Cattivik (*).

Non è questione di essere conservatori. Non siamo qui a rimpiangere i bei tempi del cancellino che volava in classe con la sua scia di polvere di gesso, lanciato in direzione degli autori degli strafalcioni.
Altrimenti parleremmo del “piuttosto che” usato in modo disgiuntivo, per colpa del quale oggi non si capisce più se la seconda cosa citata piaccia o meno al soggetto che sta parlando.
E che dire del già troppo diffuso “sia-che” in luogo al corretto “sia-sia”. Brutta abitudine che ci sfuma il nesso correlativo e ci rende la vita complicata con le congiunzioni che seguono. Lo dice anche l’Accademia della Crusca.

Con questa nefandezza degli asterischi la questione è diversa, non è una questione di stile.

Perché se scrivi bambin* invece di bambino o bambina non sei inclusiv*. Con gli asterischi ci si pulisce (forse) la coscienza ma non si risolve il problema.

E oltretutto si creano dei paradossi linguistici come nel caso in cui scrivendo, ad esempio:

questa vuole essere un’occasione per accompagnare i ragazz*

ci si ritrova con un articolo coniugato con un sostantivo maschile che maschile non è più perché non è più nulla: i ragazzi, i ragazze, le ragazzi, le ragazze… quale di questi quattro è corretto?

Si potrebbe allora, per coerenza, scrivere * ragazz* ma allora ci si ritroverebbe con intere frasi monche di vocali, per evitare qualsiasi confusione di genere ma con molta più confusione di senso. Perché in quell’asterisco si nasconde un pericolo ben più grave che scrivere “bambine e bambini”, dacché non affonda i denti nella questione. Tutto, che scritto in MS-Dos sarebbe *.*, si risolve nel chiedere di adattarsi a scrivere come un fumetto.

Poi c’è lo Schwa.

Un altro paradosso è che con questo modo di scrivere si rendono lettura e apprendimento più complicati, sfavorendo le persone che hanno difficoltà in tali abilità oppure hanno un’età che non consente loro di reggere una tale pesantezza. E questo non è includere.

La medesima situazione si creerebbe introducendo la Schwa, o schevà, che non si trova sulle tastiere e ha un suono il cui simbolo fonetico è /ə/, cioè un misto fra a, e ed o (il suono che si fa quando si riceve un colpo al torace e si butta fuori l’aria improvvisamente). Chi è in grado di farlo correttamente? Chi lo trova, al volo, per scrivere un testo al computer? Altro che inclusività.

E infine, lasciatecelo dire, è irritante come l’ortica.

Un asterisco non cambierà le cose. Alla classe politico-manageriale non interessa se scriviamo * dirett* generale purché quest* continui a essere, come sempre, un maschio in completo grigio.

E no. Violentare la nostra lingua non è una soluzione.

Vi lasciamo ai versi di una canzone di Samuele Bersani scritta nel 2000.

Io sono un pescatore di asterischi
Sotto un’onda a forma di parentesi rotonda che mi porta via

O, se preferite, provate a cantarla così:

Io sono u* pescat* di asterischi
Sotto un’onda a forma di parentesi rotonda che mi porta via

È uno scherzo, vero? Anzi, è uno scherz ver? Yuk Yuk.

Don Jovi ©2021

PS: Se volete, qui troverete un punto di vista femminile sull’argomento

(*) L’asterisco servirebbe a questo: a rimandare a piè di pagina il lettore (** lett****) per spiegare qualcosa. Ad ogni modo: Cattivik era un malfattore a forma di goccia, inventato da Bonvi e disegnato da Silver, che saltellava nella notte facendo più danni a se stesso che altro. Esattamente quello che fanno coloro che concentrano la loro attenzione e le loro battaglie sulle questioni di lana caprina piuttosto che chiedere un vero cambio di passo sociale e culturale.

 

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