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Il formato 16:9 è tornato: la rinascita delle immagini orizzontali nei video verticali
3 Novembre 2025

Tempo di lettura: 2 minuti

Come il linguaggio visivo dei social media sta riportando in auge il formato orizzontale, reinventandolo nei video verticali.

Il 2010 segnò, tra le altre cose, una svolta importante nel modo di fruire le immagini digitali, prima fotografiche e poi in movimento.
In quell’anno nacque Instagram, l’app che invitava gli utenti a scattare e condividere fotografie in formato 1:1, cioè perfettamente quadrato. Una scelta che richiamava le Polaroid: immagini istantanee (insta-gram), pronte all’uso, dal fascino retrò e dalla forma compatta.

Orizzontale, verticale o quadrato?

Dal punto di vista fotografico non era una rivoluzione: nella storia delle immagini, il rapporto tra altezza e larghezza – il frame ratio – è sempre stato in evoluzione.
Il cinema è passato, nel tempo, da un rapporto di 1.33:1 (il classico 4:3 televisivo) al più largo 16:9 (1.78:1), fino all’1.85:1 e al Cinemascope con il suo formato larghissimo 2.39:1.
Le variazioni non finivano qui: tra pellicole di diverso formato (35mm o 70mm), mascherini e stratagemmi tecnici, i registi adattavano l’immagine alle esigenze narrative o pratiche. 

Anche nella fotografia analogica la varietà era di casa: pellicole quadrate, fotocamere Super 8, Polaroid e macchine che permettevano scatti sia orizzontali sia verticali, a seconda del soggetto.

Insomma, la verticalità, che oggi associamo agli smartphone, non è una novità assoluta.
Quando i telefoni hanno imposto il formato verticale, sembrò una rivoluzione, ma in realtà era solo una nuova tappa di una lunga storia.
Facebook, ad esempio, ha sempre accettato ogni tipo di formato, mentre Instagram ha mantenuto standard più rigidi, costringendo i creator a riadattare continuamente il proprio sguardo: dal quadrato iniziale al verticale “spinto” 9:16, e poi a un più equilibrato 4:5 per le foto.

La differenza visiva tra orizzontale e verticale?

Il formato verticale impone una composizione diversa.
Nell’immagine orizzontale, l’occhio dello spettatore può muoversi liberamente: il soggetto può stare al centro o ai lati, e la scena può aprirsi in ampiezza o profondità.
Nel formato verticale, invece, lo spazio è più concentrato: l’attenzione cade quasi sempre su un unico soggetto: il parlante o l’oggetto che mostra.
Questo cambia completamente il modo di comporre l’immagine e di fruirla.

Il ritorno dell’orizzontale dentro il verticale

Negli ultimi tempi, però, qualcosa è cambiato di nuovo.
Nei video verticali è comparsa una nuova forma di composizione: lo schermo viene spesso diviso in due parti, una superiore e una inferiore, con rapporti d’immagine diversi tra loro.
Nasce così una doppia finestra: da una parte chi parla, dall’altra ciò di cui si parla.
Non è più una semplice presentazione: è una narrazione simultanea, in cui il racconto e il suo oggetto convivono nello stesso tempo visivo.
Quello che un tempo era alternato dal montaggio – parlante, poi oggetto, poi di nuovo parlante – oggi è contemporaneo.

Una nuova libertà visiva per creator e spettatori

Questo ritorno dell’orizzontalità restituisce aria e libertà all’immagine.
Chi crea i video può uscire dai limiti del verticale puro, mentre chi guarda può decidere dove concentrare l’attenzione: sul volto, sull’oggetto o magari sui sottotitoli, spesso collocati nella fascia di separazione tra i due riquadri.
È una piccola ma significativa “vendetta del 16:9”: il formato orizzontale torna a vivere dentro gli schermi verticali, reinventandosi nel linguaggio dei social contemporanei.

Alessandro Boriani

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Rizomedia Digest - La vendetta del 169

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