Un bel giorno è arrivata in agenzia una lettera in cui si presentavano diverse offerte, fra cui articoli, interviste, siti web e video. Questi sono alcuni dei servizi che offriamo anche noi di Rizomedia, quindi di solito queste offerte le guardiamo e poi finiscono in un contenitore da cui potremmo attingere al bisogno.

La cosa che mi ha colpito, questa volta, è stata che ci proponessero video “semiprofessionali”. E mi son chiesto: in che senso?

Perché indicare che mi fai un lavoro semiprofessionale? Mi stai dicendo che sei un “semiprofessionista”? Che sei un bravo “amatore” o un pessimo “professionista”?

Se sei un professionista, infatti, sei bravo e utile anche con uno smartphone di fascia alta. Se Martin Scorsese gira con un Sony Z5, o con un iPhone 6s, uno spot per un cliente, fa un lavoro semiprofessionale solo perché non sta utilizzando una Red? Altro esempio: se noi per un cliente che sta facendo un vernissage, giriamo e pubblichiamo sulla sua pagina facebook, un video girato con lo stesso smartphone e totalizziamo qualche decina di migliaia di click, facciamo un lavoro semiprofessionale solo perché la Blackmagic è rimasta a casa?
Peggio ancora: se il mio amico Paperaldo, ottimo salumiere, compra una Arriflex e va su una collina a riprendere le farfalle, diventa forse un professionista del video? Se Quentin Tarantino, al contrario, gira con una vecchia Canon MVX1i il suo prossimo film, fa una cosa amatoriale?

Cos’è che fa la differenza fra amatoriale e professionale? Com’è fatta quella misteriosa linea d’ombra che rende il prodotto “semiprofessionale”?
Immaginiamo uno schema che spiega che se un professionista usa una macchina da presa “amatoriale” diventa semiprofessionista e che se un amatore usa una macchina “professionale” diventa un semiprofessionista.

Macchina amatoriale + Amatore = prodotto amatoriale
Macchina pro + Amatore = prodotto semipro
Macchina amatoriale + Professionista = prodotto semipro
Macchina pro + Professionista = prodotto professionale

A questo punto quello che fa la differenza non sarebbe più in “chi” fa le riprese ma “con cosa” le fa, e il prodotto a questo punto diventerebbe il risultato di un uso, amatoriale o meno, di una macchina professionale.
Perchè, chiariamoci, nell’universo del film making, l’area “semiprofessionale” esiste: è composta da quelle macchine da presa che non sono proprio “consumer” e non sono proprio “professionali”. Sono quella via di mezzo che, gli addetti ai lavori, chiamano ormai “prosumer”: macchine relativamente costose e relativamente performanti perchè sono una sorta di via di mezzo fra le due strade.
Per intenderci ancora meglio: Paperaldo, di mestiere, fa il salumiere. Ed è molto bravo in quello che fa. Guadagna bene e ha l’hobby del video. Si chiarisca bene il punto: ha l’hobby. Allora compra una macchina da un paio di migliaia di euro che fa video full hd, con obiettivo e tutto il resto. Una macchina prosumer perché non è una compatta da 400 euro ma non è neppure la Arriflex di cui sopra, che può costare, tutto incluso, come il suo negozio da salumiere. Il risultato dei suoi video sarà, comunque, un risultato amatoriale. Sia con la sua full hd sia con la Arriflex. Non ci possono essere vie di mezzo, nel prodotto, sebbene ce ne siano, eccome, nei mezzi di ripresa.
Il valore aggiunto, quello che trasforma un lavoro amatoriale in uno professionale, è la competenza di colui o colei che sa dove mettere la macchina, quando inquadrare e cosa inquadrare, perché farlo proprio così e come farlo, infine, mettere insieme le riprese affinché il lavoro sia il migliore possibile.

Se non si hanno troppe pretese ben vengano gli “amatori” che costano poco perché si accontentano e ti offrono qualcosa che “sembra” professionale. Perchè le immagini sono “fotografate bene”… che poi non si sa neppure cosa significhi ma va di gran moda. Però non ci si deve lamentare se il video è poco più di una sequenza di immagini buttate a caso una dietro l’altra. Che a questo punto è meglio fare una presentazione di fotografie fatte con un cellulare e con un po’ di Ken Burns a dar movimento.

Io penso che il ragionamento vada ribaltato. Credo che si possa anche smettere di accontentarsi. Lo schemino di cui sopra è una fregnaccia: se un professionista gira con uno smartphone lo fa perché c’è una ragione, che non ha quasi mai a che fare con il denaro contante. Il professionista può aver deciso che per quella particolare situazione il cellulare è più agile, più leggero, più performante o, semplicemente, più utile di una costosa “broadcast” con obiettivo “prime”. Diversamente può decidere che, per un’altra situazione, occorra affittare tre macchine da presa, una delle quali montate su un drone guidato da un pilota patentato, assicurato e con i permessi di Pubblica sicurezza per il sorvolo (visto che sono cose obbligatorie). Il professionista può anche decidere che serva pure un service audio, uno di quelli che ti fornisce una o più tracce su cui fare il montaggio. Saranno entrambi risultati professionali: sia quello girato con il telefonino, magari in diretta su Periscope, sia quello girato con una troupe. Perché quello che conta, se Dio vuole, per certi lavori è ancora la mano che “move il mondo e l’altre stelle”.

Concludendo: voi fate pure quello che vi pare, ma se avete bisogno di girare un video, non accontentatevi di un prodotto “semiprofessionale”… costerà anche poco, ma rimarrà sempre una cosa difficile da definire. A meno che gli sia dia il nome che merita: roba amatoriale “fotografata bene”.

Alessandro Boriani

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