noti695Quando, da studente di cinema al Dams di Bologna, entrai per la prima volta in contatto con il linguaggio audivisivo e i suoi segreti, ebbi come un’epifania: soggettive, oggettive, piani di ripresa, pianosequenze, come un’immagine, in un dato contesto, “parli” rispetto ad un’altra e viceversa.

Mi è venuta in mente questa cosa l’altro giorno, mentre attraversavo il piazzale che sta davanti a una scuola media. Il piazzale era pieno di ragazzine e ragazzini che gironzolavano chiacchierando e trafficando con gli smartphone. Tutto questo circondati da cartelloni pubblicitari. Li ho visti e non ho potuto fare a meno di pensare a come siano, a come siamo in realtà, circondati più da immagini che da parole. Se ci pensiamo bene racconta molto di più l’immagine di una pubblicità di quanto lo facciano il suo claim o lo slogan del prodotto. È molto più immediato il riconoscimento di un’immagine piuttosto che di una scritta che, per certi versi, è meno leggibile e, fino ad una certa età, è addirittura inaccessibile (in età prescolare i bambini non sanno leggere le lettere e ci mettono comunque del tempo a collegare le frasi e a dar loro un senso). L’immagine è decisamente più leggibile: vedo una brioche e so che mi ci sfamo, vedo una bottiglia nera con quella forma specifica e non mi importa di leggerci su “Coca Cola” per sapere cosa ci sia lì dentro, se vedo George Clooney che beve un caffè so già la marca senza leggerla e se penso a Banderas (non capita di sovente che pensi a lui ma in tv appare spesso in un vecchio mulino bianco) mi vengono in mente le merendine. Di una pubblicità di mutande si visualizza molto prima, e molto più facilmente, la resa delle stesse sui glutei della modella, che tutto l’intero apparato tipografico fatto dalla marca, etc.

Come si può apprezzare, infatti, in questa pubblicità di scrittura se ne vede ben poca…

Tutto questo moltiplicato per ogni mezzo di comunicazione che ci raggiunge: tv, telefoni, computer, tablet, cinema, cartelloni pubblicitari, giornali, riviste sono una continua sollecitazione visiva. Anzi, per meglio dire, audiovisiva.

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E mentre mi allontanavo dalle medie, per raggiungere la scuola di mia figlia che fa le elementari, pensavo che proprio la scuola, quella che dovrebbe insegnarci a vivere il mondo, dovrebbe darci gli strumenti per attivare il contemporaneo, è rimasta a quando la comunicazione era strettamente legata alla parola scritta. Studiamo tanto e bene italiano, la grafia (stampato maiuscolo e minuscolo, corsivo e no) e la letteratura. Conosciamo a fondo la poesia barocca e ci soffermiamo a lungo sulle disavventure degli sposi promessi ma non conosciamo per nulla il cinema di Fellini, non abbiamo idea di come funzioni la comunicazione pubblicitaria, non sappiamo come reagire attivamente agli stimoli audiovisivi di cui siamo circondati. Non abbiamo gli strumenti per conoscere e chi li ha li sfrutta per penetrare con maggior vigore questa passività.

Questo già sarebbe un bell’argomento per spingere l’insegnamento dell’audiovisivo nelle scuole: imparare a leggere “fra le righe” di quello che ci viene mostrato. Capire perché e come funziona una certa campagna elettorale o pubblicitaria aiuterebbe a scegliere con maggior competenza. Perchè, ad esempio, ha funzionato tanto la comunicazione di Berlusconi durante la famosa “discesa in campo” del 1994? Perché, invece, è risultato quasi “imbarazzante” il tentativo di ringiovanire le elezioni del PD con quello strano flash mob sul tetto che sembrò molto fuori luogo e fuori tempo? Perché e come, invece, funziona il linguaggio dei due Matteo: Renzi e Salvini? Linguaggi, si badi bene, che sono audiovisivi, perché sono veicolati da mezzi di questo tipo.

Qui sopra il confronto di due fra i video politici più noti della nostra Repubblica.
A sinistra “Lo smacchiamo”, che riprende la gag di Maurizio Crozza nei panni di Pierluigi Bersani.
A destra la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi.

Uno studente che nel 2016 vede questi due video ha la sensazione di avere, da una parte, un video scritto e diretto con un linguaggio a cui è abituato e non sa perché, fatto di musica “rock” anche se probabilmente non la riconosce, movimenti di macchina, stacchi, gente “gggiovane”. In qualche modo ci si riconosce ma non lo capisce: lo smacchiamo? ma chi? di cosa parla?
Dall’altra parte, invece, trova un video scritto e diretto con un linguaggio antico, con la macchina fissa, lievi zoom in e zoom out a metà, sguardo in macchina, persona quasi anziana che parla, ma che percepisce come accattivante. Perché la persona parla con lui, magari di cose che non gli interessano ma che capisce, perché si usa un linguaggio semplice e non si fanno riferimenti extratestuali, e si svolge in un ambiente riconoscibile.

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Altra questione è una fruizione più ricca, e arricchente, di ciò che vediamo al cinema o in tv. Di esempi ne potremmo fare a bizzeffe: ai continui riferimenti extra-testuali dei Simpson (che pescano in un’iconologia vasta come il mondo) alla famosa sequenza del twist in “Pulp Fiction”, che rimette sullo schermo e su una pista da ballo John Travolta. Già, proprio quello di “Grease”. Ma se uno spettatore nato attorno agli anni ’80 Grease ha pure rischiato di vederlo al cinema (e quindi alla visione di quella sequenza ha provato un leggero brivido di piacere), uno spettatore nato negli anni 2K come fa a vedere quella sequenza e a leggerne i vari sottotesti? Peggio ancora: come fa, lo spettatore, a godere una sequenza del genere, che utilizza musiche, ambientazioni, attrici del cinema americano anni ’50/’60, recupera stilemi di ripresa di vecchi musical e strizza un occhio metafilmico facendo ballare a Travolta un’inedita “febbre del sabato sera”? Come farà, che tutte queste cose non le ha, nel suo bagaglio culturale?

Avere visto, e conoscere, “La febbre del Sabato Sera” apparentemente non cambia la visione di “Pulp Fiction”. Però averlo nel proprio cassettino la arricchisce, l’esperienza diventa più profonda perché aumentano le chiavi di lettura del film di Tarantino. Così come le aumenterebbe la frequentazione dei libri di Elmore Leonard o la conoscenza del cinema Blaxploitation (“Shaft”, “Foxy Brown”…). Per dire alcune delle influenze più evidenti dell’universo tarantiniano (“Jackie Brown”, fin dal titolo, è un omaggio a quella corrente lì).

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Al giovane spettatore, all’homo videns, la scuola fornisce strumenti obsoleti o incompleti, incapaci di dare la giusta lettura del contemporaneo. Alla sua scatola degli attrezzi manca una sezione, che in questo momento è la più “pesante” dell’intero lotto.

Non sto propugnando la cancellazione delle ore di letteratura o di storia. Sto ragionando (e probabilmente ci tornerò) sul perché la musica, il cinema e, più genericamente, l’audiovisivo, siano considerati figli di un Dio minore… E sul perché, per concludere, una battuta come quella precedente, in molti non possano capirla perché in molti non sanno neppure che è il titolo di un film.

Alessandro Boriani

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