Il mercato delle App in Italia e nell’Occidente è moribondo, lo dicono i dati. Solo negli Usa, e nel solo mese di maggio 2016, si è registratoun calo del 20% nei download di App. Oltreoceano reggono solo Uber e Snapchat, per il resto è una ecatombe. Una recentissima indagine della banca di investimento giapponese Nomura rivela che “oggi gli utenti passano l’80% del tempo sulle stesse applicazioni che, di fatto, stanno monopolizzando il traffico di contenuti”. Dunque, a meno di una volata tecnologica che possa cambiare la tendenza, la cosiddetta App Economy (la cui definizione è: “quel ramo di economia che ruota attorno le Mobile applications”), sta entrando in crisi.

Tutti noi possiamo constatarlo facilmente: quante App abbiamo scaricato sul nostro smartphone? Di queste App quante ne usiamo ogni giorno? La risposta, ci scommetto, è 4/5, forse 6 (Facebook, Messenger, Whatsapp, più al massimo un altro paio fra Telegram, Twitter, Instagram, il Meteo…).
E tutte le altre? Sono relitti che stanno lì, supplicando di essere aggiornate.
Solo alcune le usiamo in modo saltuario, quando proprio ci servono, come TripAdvisor (se siamo in gita) quelle per pagare i parcheggi (una babilonia, ogni città ha la sua), quelle per gli eventi in città (troppe, più di una per località).

Tutte App inutili, in fondo. Basta chiedere a Google, sempre pronto a guidarci illuminando le nostre decisoni e la nostra strada come un sole nella notte, 24 ore su 24. Sono in un centro storico e cerco un negozio di abbigliamento con il mio brand preferito? Google sa dove mi trovo, in quel preciso istante, e me lo suggerisce con tanto di recensioni.  E così fa con il ristorante, con la ferramenta, con la gelateria. Google Maps mi dice a che distanza è da me, e mi fa anche da navigatore. Poi c’è Facebook, con il suo “retail-ecommerce-industry“, dedicato ai “commercianti tradizionali, online e operanti su più canali”. E’ solo il preludio, già si vocifera che Facebook se ne uscirà fra non molto con qualcosa di importante, forte di una valanga di informazioni su di noi, che gli abbiamo fornito spontaneamente. Un “Facebook E-Commerce” sì che potrebbe essere una grande opportunità per i piccoli e medi commercianti, altro che App.

Certo, ci sono ambiti specifici dove una nuova generazione di App può cambiarci la vita, aiutandoci ad esempio nel controllo della nostra casa o della nostra azienda (domotica e sicurezza), nel fare la spesa corretta (sulla base di un’accurata profilazione delle nostre preferenze) aiutandoci nel rapporto con la Grande distribuzione organizzata, permettendoci di dialogare addirittura con lo scaffale (proximty marketing); nel monitoraggio della nostra salute, nel supporto ai viaggiatori… Questi però sono settori particolari, indubbiamente promettenti, che richiedono investimenti e conoscenze adeguati, adozione di sistemi Cloud, impiego di personale con specifiche abilità (la mitologica figura del digital manager) e un’integrazione massiva fra varie competenze (tecnologiche, specialistitiche/scientifiche, di marketing…).

Non vorrei essere stato troppo drastico e, prima di sorbirmi gli strali di chi investe in App, voglio precisare che, nonostante tutto, il mercato delle applicazioni Mobile ha ottime prospettive di crescita, ma non in Italia o in Europa. Quelli che progettano App sanno (o dovrebbero sapere) che i mercati in crescita per la vendita di smarthpone, i nuovi verdi pascoli per le App, sono: Messico, Brasile, Turchia, Indonesia, Cina e India.

Massimo Max Calvi

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